Marco Gallo

La corda che tiene insieme la terra e il Cielo

Il primo novembre, nella solennità di Tutti i Santi, migliaia di giovani hanno raggiunto a piedi il Santuario di Montallegro, sopra Rapallo, nel quindicesimo pellegrinaggio dedicato a Marco Gallo. Una giornata di Eucaristia, amicizia e condivisione, a pochi giorni dal quindicesimo anniversario della sua morte

C’è stato un momento preciso, lassù, sul viale di fronte al Santuario, in cui ho capito che il Pane tra le mie mani non mi apparteneva. Le mani mi tremavano. Non per la stanchezza, non per gli ottocento metri di dislivello accumulati salendo dal mare, ma per quel timore reverenziale che ti assale quando ti trovi davanti al Mistero, nudo, sotto il cielo aperto, nella sua vertiginosa semplicità.

Alla celebrazione eucaristica, presieduta da monsignor Giampio Devasini, Vescovo di Chiavari, noi sacerdoti abbiamo concelebrato attorno all'unico altare, sotto il cielo di Montallegro, esposti al vento che ci sferzava e avvolti dalla luce.

Guardavo quella fila interminabile di ragazzi che si snodava ordinata sul sagrato per ricevere il Pane della vita e distribuivo l'Eucaristia come se stessi lanciando salvagenti in mezzo a una mareggiata. A un certo punto sono rimasto pietrificato: dentro la pisside non c'era più nulla. Nemmeno una briciola. Le ostie erano finite, inghiottite dalla bocca e dal cuore di una moltitudine sterminata. Centinaia, migliaia di giovani non erano saliti a Rapallo per compiere un rito stanco o adempiere a un dovere domenicale. Erano saliti perché avevano addosso una fame disperata, una sete incontrollabile di Vita vera.

Io vi dico che se riducete la festa di Tutti i Santi a un’innocua rievocazione da calendario, non avete capito niente. Non avete capito il sudore, non avete capito la carne, non avete capito il dolore di questa terra. La fede non è un ricordo impolverato che si trascina stanco tra le panche di una chiesa di provincia. Non è un’immagine sbiadita da custodire con rassegnazione per pulirsi la coscienza la domenica. Quello che è accaduto il primo novembre sulla mulattiera che dal castello di Rapallo sale arrampicandosi verso il Santuario di Nostra Signora di Montallegro è stato uno schiaffo del Vangelo dritto in faccia. Uno schiaffo solare, tremendo, commovente, di quelli che ti strappano le lacrime e ti incollano al presente senza lasciarti via di fuga.

Marco arrampicava. Parliamo dell'arrampicata sportiva, quella che tanti ragazzi praticano nelle palestre o sulle falesie, tra una risata, una pausa e la voglia di ripartire. Chi lo ha conosciuto, chi ha condiviso con lui quegli anni di giovinezza, potrebbe ricordare le sue mani sporche di magnesite, le ginocchia sbucciate e soprattutto quell'infinita voglia di salire in alto, verso la cima. Quando ti trovi in parete, sospeso sopra il vuoto, con i muscoli che bruciano per lo sforzo e la roccia fredda sotto i polpastrelli, le parole astratte e le belle teologie non servono a niente. In quel momento hai bisogno di una cosa sola: una corda. Una corda vera, tesa, robusta, capace di reggere il peso del tuo corpo se le dita cedono, capace di salvarti dall'abisso.

Ecco cos’è la comunione dei Santi. Non una favola poetica per esorcizzare la paura della morte: è quella corda. I Santi ci tengono. Ci tengono legati, ci tengono stretti, ci tirano su quando scivoliamo nel buio. C’è una corda invisibile e tenace che unisce la Chiesa celeste a questa nostra sgangherata, faticosa Chiesa terrena; un cavo cordiale che lega chi è già dall’altra parte a noi che brancoliamo ancora lungo i sentieri del mondo. Una presenza così tangibile da fare quasi male per quanto è reale.

Un fiume umano arrivato da ogni parte d’Italia: dal Nord e dal Sud, dalle grandi città e dai paesi più lontani, da luoghi che sulla carta sembrano non avere nulla in comune e che quel giorno si sono ritrovati tutti lassù, a Rapallo. Migliaia di ragazzi, ancora ansimanti dopo la salita, raccolti in un silenzio composto, impressionante, che riempiva ogni cosa.

In testa alla processione non c'erano autorità: soltanto una croce spoglia. E subito dietro, a passi fermi, con una dignità che faceva tremare le vene e i polsi, camminavano i genitori di Marco. Guardarli avanzare dietro la croce di un figlio morto a diciassette anni su un asfalto maledetto in quel tragico novembre del 2011 significava fare i conti con la speranza pura. Camminavano portando con sé una ferita che nessuna parola può cancellare, e insieme la testimonianza di una presenza che continua a generare vita.

Oggi ricorre il quindicesimo anniversario di quel maledetto 5 novembre in cui Marco è salito al Cielo. Ma guardando quella marea di ragazzi che, dopo aver risalito la mulattiera da Rapallo, aveva invaso la spianata di Montallegro, ti accorgi con una chiarezza abbagliante che la morte ha perso la sua partita. Marco Gallo non è un fantasma del passato: è un compagno di cordata vivo, che continua a tirare la corda per tutti noi. La fatica vera di quel pellegrinaggio non è stata salire la china fino al Santuario. Fare ginnastica e mettere un piede davanti all’altro è roba da poco. La fatica vera, quella che ti sbatte in faccia la realtà e ti lascia tramortito, è arrivare lì. È l’impatto frontale con il presente. Perché Cristo non è una statua immobile in un museo della memoria: è un avvenimento. Accade ora, nello sguardo di chi ti cammina accanto, nel sudore condiviso, nella commozione di sentirsi amati e salvati.

E quando la Messa all'aperto è finita, sul sagrato, dietro l'altare, sono rimaste le pissidi vuote. Ma la festa non era affatto finita. La montagna si è trasformata in una grande tavola a cielo aperto. Gli zaini si sono spalancati, Montallegro si è riempito del profumo delle focacce genovesi, dorate e fragranti, spezzate e condivise tra amici, conoscenti e perfetti sconosciuti. Dopo aver condiviso il Pane della vita, quei tremila giovani si sono ritrovati a condividere anche il pane della loro terra, il cibo semplice di una festa, la gioia elementare di stare insieme. E Montallegro, per qualche ora, non è stato soltanto un Santuario: è diventato una casa immensa, piena di volti.

Poi, il cielo di Montallegro ha cominciato a scurirsi, verso sera. Domani sarà il cinque novembre. Quindici anni dalla morte di Marco. Ma la corda è ancora tesa, e tira con forza. L'abisso non ha l'ultima parola. Non l'ha avuta allora, non ce l'ha oggi. Perché dall'altra parte c'è Cristo, e c'è una moltitudine di amici che non ci lascia cadere. La domanda non è se qualcuno ci tiene: la domanda è se noi abbiamo ancora le mani aggrappate alla corda.

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Fonte: Vaticannews

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