Ogni minore è titolare di diritti inalienabili che dobbiamo riconoscere, custodire e promuovere. Come educatori siamo chiamati a costruire giustizia a partire dai più piccoli. Oggi parliamo del diritto a essere accolti
Jonathan Borba
«Ogni bambino è una parola che Dio pronuncia per dire qualcosa al mondo».
Anche quando quella parola è fragile, lenta, diversa. È sempre piena di valore.
La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006) affermano chiaramente che ogni minore ha diritto a vivere con pienezza, indipendentemente dalla propria condizione fisica, sensoriale o psichica.
In Italia, la Legge 104/1992 garantisce l’inclusione scolastica, il sostegno educativo e il diritto all’integrazione sociale dei minori con disabilità. Ma la realtà quotidiana ci dice che, troppo spesso, questi diritti non sono pienamente rispettati: mancano risorse, formazione, ambienti adatti, o – peggio – manca uno sguardo capace di vedere la persona prima della sua disabilità.
Don Bosco non ha mai usato il termine “inclusione”, ma ha vissuto un’educazione radicalmente aperta a tutti. Il suo criterio era semplice: «Ciascuno secondo le proprie possibilità, ma tutti accolti con amore». La diversità non era un ostacolo, ma un’occasione per esercitare la pazienza, l’umiltà, la carità.
E anche oggi, chi vive il carisma salesiano è chiamato a non selezionare i ragazzi “bravi” o “facili”, ma ad accogliere tutti, specialmente quelli che fanno più fatica, che portano fragilità, che chiedono tempo e cura. L’oratorio è per tutti, o non è oratorio.
Includere non significa “far spazio a chi è diverso”, ma riconoscere che ogni persona ha qualcosa da offrire. Il minore con disabilità non è un destinatario passivo della nostra bontà, ma un protagonista della comunità educativa, con i suoi tempi, i suoi talenti, la sua luce.
Questo richiede però una vera conversione educativa. Non bastano gli ausili tecnici o l’insegnante di sostegno: servono ambienti flessibili, educatori formati, una cultura dell’accoglienza che parta dal cuore e si traduca in scelte concrete.
Serve anche una spiritualità capace di leggere la fragilità come luogo di grazia. La pedagogia salesiana ci insegna che proprio nei più deboli abita il volto più autentico di Dio, e che la comunità cresce quando tutti possono dare il proprio contributo.
Includere significa dire, con la vita: “Tu sei importante per noi. Senza di te, ci manca qualcosa”. E non c’è niente di più evangelico di questo.
Inclusione non è uno slogan, ma una profezia concreta di Vangelo. È saper vedere in ogni volto, anche il più fragile, una promessa di pienezza. È vivere la giustizia come accoglienza, e la solidarietà come alleanza.
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