Don Fabio Attard a Tolmezzo

Visita del Rettor Maggiore per il Centenario dell'opera salesiana di Tolmezzo

Ci sono compleanni che servono per guardarsi indietro. E ce ne sono altri che, proprio mentre raccontano una storia, ti fanno venire voglia di chiederti che cosa verrà dopo.

A Tolmezzo, venerdì 16 ottobre, è successo proprio questo. La presenza salesiana in Carnia ha festeggiato i suoi primi cento anni insieme a ragazzi, giovani, famiglie, educatori, Salesiani, ex allievi e a tutta una città che, in modi diversi, ha incrociato questa storia. A condividere la giornata è arrivato anche don Fabio Attard, Rettor Maggiore dei Salesiani e undicesimo successore di Don Bosco.

E forse il modo migliore per iniziare un Centenario salesiano non poteva essere che uno: in mezzo ai ragazzi. La mattina don Fabio è stato accolto dagli studenti della scuola, dentro quel clima di festa e familiarità che racconta bene che cosa significa una casa salesiana. Perché cento anni di muri, aule, cortili e attività hanno senso solo se dentro ci sono state persone, relazioni e generazioni di giovani che hanno trovato qualcuno disposto a credere in loro.

La giornata è proseguita in Comune, dove istituzioni civili e religiose hanno ricordato il valore che l’Opera salesiana ha avuto per Tolmezzo e per tutta la Carnia. In quella sede la Regione Friuli Venezia Giulia ha consegnato al Rettor Maggiore una targa commemorativa per l’impegno educativo e sociale portato avanti in questi cento anni.

Proprio davanti alle istituzioni don Fabio ha consegnato due parole che sembrano fatte apposta per il presente: “alleanza” e “sinergia”. Educare un giovane, infatti, non può essere il compito solitario di qualcuno. Servono famiglie, scuole, oratori, istituzioni, associazioni, comunità. Servono adulti capaci di collaborare anche quando hanno sensibilità e punti di vista differenti.

«I nostri ragazzi meritano il meglio», ha ricordato.

Nel Duomo di Tolmezzo, durante la celebrazione eucaristica, il Rettor Maggiore è poi tornato al cuore della storia salesiana, partendo dall’immagine evangelica di Gesù che mette un bambino al centro. Anche Giovannino Bosco era stato un ragazzo povero, rimasto presto senza padre, cresciuto in una situazione tutt’altro che semplice. Ma proprio la sua storia continua a ricordarci che «la povertà e la miseria sono una condizione, non una condanna».

Don Bosco, diventato sacerdote, non dimenticò mai da dove veniva. Tornò verso i ragazzi che rischiavano di rimanere ai margini, offrendo loro una casa, un cortile, una scuola, un mestiere e soprattutto qualcuno che fosse disposto a camminare accanto a loro.

È una sfida ancora attualissima. Anche oggi un giovane può sentirsi invisibile pur avendo centinaia di contatti sul telefono. Può vivere in mezzo agli altri e sentirsi tremendamente solo. A volte basta poco: una domanda fatta davvero, una persona che ascolta senza giudicare, qualcuno capace di dire con la propria presenza: “Io ci sono”.

Nel pomeriggio don Fabio ha incontrato i giovani dell’oratorio, alcuni dei quali gli hanno consegnato lettere personali, piene delle loro domande, desideri e fatiche. Quasi una conferma concreta di ciò di cui si sarebbe parlato poche ore dopo, al Teatro Candoni: il Sistema Preventivo di Don Bosco.

Alla vigilia dei 150 anni dalla sua prima formulazione scritta, don Fabio ha ricordato che il Sistema Preventivo non è anzitutto una tecnica educativa. È uno stile di vita.

«Il Sistema Preventivo è vita. È relazione. È spirito di famiglia».

Ragione, religione e amorevolezza non appartengono soltanto ai manuali di pedagogia salesiana. Parlano ancora al presente. Ragione significa prendere sul serio un ragazzo e la realtà che vive. Religione significa non avere paura delle sue domande più profonde. Amorevolezza significa fargli sperimentare che anche dopo un errore, una caduta o una giornata storta ci sarà ancora qualcuno disposto a stargli accanto.

Educare, allora, non significa costruire persone perfette, ma aiutare ciascuno a scoprire il bene che porta dentro di sé. Non a caso Don Bosco arrivava a parlare dell’educatore come di una persona “consacrata” al bene dei giovani.

Durante la serata è stato presentato anche il Libro del Centenario, insieme alla mostra fotografica che ripercorre, attraverso immagini e testimonianze, i diversi decenni della presenza salesiana a Tolmezzo.

Ma probabilmente il regalo più bello di un Centenario non è soltanto poter dire: “Guardate quanta strada abbiamo fatto”.

È poter dire: “Adesso continuiamo”.

«Cominciamo insieme questo secondo secolo di presenza salesiana a Tolmezzo», ha detto don Fabio durante la giornata.

Il primo secolo ha lasciato in eredità migliaia di storie, volti, amicizie, educatori, Salesiani e famiglie. Il secondo è ancora tutto da scrivere. E il criterio rimane quello che Don Bosco conosceva bene: incontrare ogni giovane lì dove si trova, credere nel bene che porta nel cuore e costruire intorno a lui una comunità capace di esserci davvero.

Le celebrazioni del Centenario continueranno nei prossimi mesi, fino a maggio 2027, passando anche attraverso la festa di Don Bosco e quella di Maria Ausiliatrice.

Cento anni sono passati. Il bello è che la storia non è finita.

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